Tutti sappiamo che stiamo vivendo un periodo difficilissimo economico e sociale.
Nel contempo il governo Berlusconi si sta disgregando (non così il modo di pensare del “berlusconismo”).
Tutti dobbiamo dare una mano affinché il PD torni ad essere il grande riferimento delle riforme radicali e del cambiamento di questo nostro paese.
Milano e le sue primarie ci dicono anche che se il PD non è un grande e chiaro riferimento politico diventa una prateria in cui tutti possono pascolare.
Non è bello, proviamo anche per questo ad ascoltarci per il bene del paese e del PD.
Ti ringrazio,
Vittorio Tavolato (vittorio.tavolato@yahoo.it)
Alle Federazioni provinciali del Pd lombardo
Ai Circoli del Pd lombardo
Carissime, carissimi,
come sapete il Partito Democratico è in prima fila nella battaglia per l’acqua pubblica e la gestione del servizio idrico integrato dopo che il governo ha imposto la privatizzazione forzata della gestione del servizio idrico. Un esito che consideriamo non accettabile e contro il quale già i gruppi parlamentari hanno condotto una ferma opposizione.
La difesa dell’acqua pubblica è anche al centro di due diverse iniziative referendarie, una promossa dal forum acqua pubblica, l’altra dall’Italia dei Valori. Siamo vicini a quanti decidono di combattere contro la privatizzazione forzata dell’acqua e della sua gestione attraverso lo strumento del referendum e per questo è giusto che nei territori si dia sostegno e aiuto per la raccolta delle firme.
Ma pensiamo che il referendum non sia sufficiente a condurre la necessaria battaglia politica e regolamentare questa materia come necessario. Non solo perché ha purtroppo perso efficacia dopo che 24 referendum su 24 negli ultimi 15 anni sono stati persi perché non é stato raggiunto il quorum. Ma soprattutto perché abroga parti di leggi e quindi non è in grado di ridefinire un quadro articolato di norme coerenti come invece richiede un bene così importante come è l’acqua, e un servizio così complesso come è il servizio idrico integrato.
Affinché l’Acqua sia un Bene Pubblico “davvero” a disposizione, nel migliore dei modi, di tutti i cittadini italiani, sono necessari alcuni fattori:
- una forte regolazione pubblica che garantisca servizi elevati e ben monitorati,
- il ruolo fondamentale di regioni e servizi locali nelle scelte di affidamento del servizio idrico integrato,
- un profilo di qualità ma di scala industriale per la gestione dello stesso,
- l’esistenza di un quadro normativo chiaro e stabile,
- la garanzia della determinazione, in generale, di “tariffe eque” e altresì di tariffe “sociali” per coloro che ne hanno bisogno;
- la definizione di vincoli che garantiscano l’effettuazione degli investimenti necessari al miglioramento del servizio.
Per questo vogliamo lanciare un patto per l’acqua pubblica: vogliamo costruire insieme ai nostri amministratori locali e al partito, regione per regione, un disegno di legge complessivo sull’acqua pubblica e sul servizio idrico integrato. Lo presenteremo ai cittadini chiedendo loro di sostenerlo firmando un documento di intenti. Al termine di questo intenso percorso di partecipazione e di ascolto dei vari livelli del Partito, dei nostri amministratori locali e, in generale, dei cittadini, lo consegneremo ai nostri gruppi parlamentari.
Il Partito Democratico Lombardo lancia a supporto una campagna politica e di comunicazione. Nei prossimi giorni arriveranno in tutte le Federazioni cartoline e manifesti stampati della campagna regionale per l’acqua pubblica.
Sul sito www.pdlombardia.it (nella sezione dedicata) sono disponibili il testo del patto per l’acqua pubblica, quello dell’ordine del giorno che proponiamo di presentare in tutti i Consigli Comunali, la locandina da usare per il web (scarica il file PDF – 16 Mb) .
Buon Lavoro,
Maurizio Martina
Segretario PD lombardo
Dal blog di David Gentili (i cui articoli d’ora in avanti compariranno in automatico nella colonna di destra di questo sito, assieme a quelli dei blog degli altri iscritti del circolo che vorranno):
“Oramai le case popolari sono in mano agli stranieri”. “Danno precedenza a loro”. “Noi italiani siamo sempre dietro”. Quante volte abbiamo sentito queste parole mentre volantinavamo ai mercati.
Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza utilizzando i numeri non gli slogan.
Attualmente sono giacenti negli uffici del Comune di Milano 22.193 richieste per avere una casa di edilizia residenziale pubblica. Nell’elenco il 56% è straniero, il 44% italiano. A Roma su 33.000 domande solo il 7% è presentato da stranieri. Si può, quindi, dire che attualmente più stranieri (ricordiamoci però che solamente chi risiede da 5 anni può fare richiesta), che italiani hanno bisogno di una casa popolare.
Ma quanti stranieri abitano nelle case di edilizia residenziale pubblica? A Milano, su un patrimonio Aler di circa 68.000 abitazioni solo il 17,2% delle case popolari assegnate, ad oggi, ha un titolare straniero. Se si considera che gli immigrati residenti, sul totale della popolazione di Milano, si attesta sul 13%, il dato è di poco superiore e comunque in linea con la presenza in città.
Ancora più evidente il dato se si considerano le ultime assegnazioni effettuate: su 1591 case assegnate (una miseria), solo 403, pari al 25%, sono state assegnate a famiglie straniere. Quindi il 56% fa richiesta, ma alla fine solamente il 25%, negli ultimi due anni, ha potuto entrare in una casa popolare. Emerge un altro elemento allarmante: i single, italiani, in grande difficoltà. Che siano anziani o di mezz’età. Più d’una domanda su tre (7.825), arrivate negli uffici del Comune, porta la firma proprio di una persona senza coniuge o figli a carico. Quattromilacinquecento domande portano la firma di under 35. Con questi dati bisogna andare nei mercati. Denunciando a voce alta l’abbandono dei quartieri popolari. Denunciando l’assoluta assenza di una politica seria per l’abitare a Milano. Denunciando la mistificazione di chi, la Lega, al governo da 17 anni a Milano e da 15 in Lombardia, soffia sul fuoco della xenofobia, raccontando ai cittadini che il problema sono gli stranieri. La realtà è ben diversa: loro sono il problema. La loro assoluta inettitudine. La loro incapacità a governare una città complessa come Milano.
Oltre 44 milioni di italiani domenica 28 marzo (dalle ore 8 alle 22) e lunedì 29 marzo (dalle 7 alle 15) andranno alle urne per eleggere i consigli regionali e i presidenti di 13 regioni a statuto ordinario: Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Toscana, Umbria, Veneto.
La legislatura regionale ha una durata di 5 anni.
L’elettore riceve una scheda elettorale di colore verde. La scheda è divisa in tanti riquadri quante sono le coalizioni di partiti o i partiti che si presentano alle elezioni.
Nei riquadri a sinistra, sono raffigurati i simboli dei/l partiti/o delle liste provinciali che sostengono il candidato Presidente Regionale, con accanto uno spazio per esprimere la preferenza ad un candidato Consigliere (per la ripartizione provinciale dei seggi).
Nel riquadro a destra, sono raffigurati il nome e cognome del candidato alla Presidenza della Regione e il simbolo della coalizione che sostiene il candidato Presidente Regionale. (Esiste una lista di candidati consiglieri collegata al partito regionale, cosiddetta “listino del presidente “, per la quale non si possono esprimere preferenze. Il capolista della lista regionale è il candidato presidente).
Nell’immagine, il facsimile della scheda che sarà usata a Milano (clicca per ingrandire):
Secondo il sistema elettorale in vigore per le regioni, l’80% dei seggi viene attribuito in sede provinciale con un sistema proporzionale (del “quoziente corretto 1”) e il restante 20% dei seggi viene attribuito in tutto o in parte in sede regionale, a favore della o delle liste regionali collegate al candidato presidente più votato.
Il voto che conta per stabilire quale coalizione governerà la regione è quello al candidato presidente (tracciando un segno sul nominativo o sul simbolo della sua lista regionale), perché è la competizione fra “aspiranti governatori” che porta all’attribuzione del premio di maggioranza ai partiti legati al vincitore.
Tuttavia, l’elettore può determinare gli equilibri all’interno del Consiglio regionale votando per una lista provinciale anziché per un’altra, e perfino votare per la lista provinciale di una coalizione e per il candidato presidente di un’ altra (voto disgiunto).
Vademecum
In sintesi, si può votare in quattro diversi modi:
si traccia un segno sul simbolo della lista provinciale preferita nei riquadro a sinistra ed eventualmente si aggiunge il voto di preferenza scrivendo il solo cognome, o il nome e cognome in caso di omonomia, del candidato della lista provinciale che si vuole sostenere; in questo modo, il voto alla lista provinciale vale anche per il candidato presidente della regione collegato , nonché per la sua lista regionale.
si traccia un segno sul simbolo della lista regionale nel riquadro a destra: in altre parole, si vota per il presidente e la sua lista regionale, ma non per i partiti provinciali a lui collegati.
si traccia un segno sul nome del candidato presidente nel riquadro a destra : in altre parole, si vota per il presidente e la sua lista regionale, ma non per i partiti a lui collegati.
si può esercitare il “voto disgiunto”, cioè votare per la lista provinciale di un raggruppamento e per il candidato presidente di un altro. In tal caso tracceremo un segno su un simbolo provinciale A del candidato presidente Y (possiamo anche indicare una preferenza) e un segno sul nome del candidato presidente X (sostenuto dai partiti B e C, non apparentati al partito A). In questo modo abbiamo votato per un partito di una coalizione e per un presidente di un’altra coalizione.
Ripartizione dei seggi
Il sistema elettorale per le regioni non è uniforme: la Toscana (in modo più radicale) ma anche Calabria, Lazio e Puglia hanno adottato modifiche al numero dei seggi in palio e ad altre disposizioni cosiddette “di contorno”. Ci limitiamo, pertanto, a riassumere il sistema standard, in uso nella maggior parte delle regioni tra le quali la Lombardia (il c.d. “Tatarellum”, introdotto nel ’95 e successivamente modificato).
La ripartizione dei seggi in ambito provinciale (pari ai quattro quinti di quelli dell’intero Consiglio regionale) avviene così:
1) si calcolano i voti conseguiti da ogni lista;
2) le liste che hanno meno del 3% dei voti non ottengono seggi, a meno che non siano collegate ad un candidato presidente che ha conseguito almeno il 5% dei voti;
3) i voti di ciascuna lista vengono divisi per il numero dei seggi da attribuire nella circoscrizione provinciale aumentato di un’unità (quoziente 1);
4) si dividono i voti di ciascuna lista per il quoziente;
5) si assegnano tanti seggi quanti sono i quozienti contenuti nella cifra elettorale di lista (esempio: lista A, 53.520 voti pari a 6 quozienti – se ogni quoziente è, poniamo, pari a 8.000 voti, sei quozienti sono 48.000 voti – e 5.520 voti residui).
La ripartizione in ambito regionale dei seggi non attribuiti con i quozienti pieni è effettuata sommando i “resti” di ciascuna lista, sommandoli, e dividendo tale somma per i seggi da attribuire (quoziente naturale). Si assegnano prima i seggi corrispondenti ai quozienti pieni, poi si attribuiscono gli eventuali residui alle liste con la maggior frazione di quoziente.
In ambito regionale si attribuiscono anche i seggi del “listino del presidente”. Il candidato presidente che ottiene più voti permette alla sua coalizione di aggiudicarsi tutto il quinto dei seggi in palio a livello regionale o solo una parte.
I casi possibili sono i seguenti:
1) le liste provinciali collegate al candidato presidente vincitore non hanno ottenuto il 50% dei seggi del Consiglio, perciò la lista regionale del Presidente conquista tutti i posti in palio;
2) la lista regionale del vincitore ha avuto meno del 40% dei voti: in tal caso (ma solo qualora liste regionali e liste provinciali non abbiano almeno il 55% dei seggi) si attribuiscono alla lista regionale e alle liste provinciali collegate i seggi sufficienti (anche in eccedenza rispetto al numero di posti previsto per il Consiglio regionale) per far raggiungere alla coalizione il 55% dei consiglieri; se la lista regionale del vincitore ha avuto più del 40% dei voti si attribuisce alla coalizione vincente il 60% dei seggi del Consiglio, qualora – fra premio regionale e seggi provinciali – non li abbia già. Anche qui si aumentano i posti del Consiglio regionale.
3) le liste provinciali collegate al vincitore hanno avuto più del 50% dei seggi in ambito provinciale: in tal caso il premio di maggioranza per la lista regionale del presidente è pari alla metà dei seggi regionali in palio (nella nostra ipotetica regione, sei posti anziché dodici). Il resto dei posti è distribuito fra i partiti dell’opposizione.
Lista provinciale del PD della “provincia di Milano”
FABIO PIZZUL – Cormons – 17/10/1965
ARIANNA CAVICCHIOLI – Rho – 28/11/1959
VITTORIO ANGIOLINI – Viareggio – 26/03/1955
CINZIA FOSSATI – Como – 21/09/1962
MAURIZIO BARUFFI – Milano – 08/08/1967
MARIA GRAZIA FULCO – Milano – 28/09/1966
CARLO BORGHETTI – Rho – 22/05/1968
ALESSANDRA GATTI – Segrate – 19/11/1988
PIETRO BUSSOLATI – Milano – 02/05/1982
ARDEMIA MARIA PIA ORIANI – Milano – 02/10/1947
GABRIELE GHEZZI detto LELE – Piacenza – 20/06/1963
ANNA PERICO – Milano – 11/06/1964
MARCO PIETRO GRANELLI – Milano – 21/08/1963
MARINA SPADA – Milano – 15/11/1957
FRANCO MIRABELLI – Milano – 09/02/1960
MARINA TASSARA in ALBIZZATI – Milano – 24/04/1960
FRANCESCO PRINA – Corbetta – 20/04/1955
DANIELA RE – Basiglio – 26/11/1956
RICCARDO MARIA GUIDO SARFATTI – Milano – 03/04/1940
SARA VALMAGGI – Milano – 25/08/1968
MAURIZIO ENZO ZANETTI – Cinisello Balsamo – 12/09/1955
(a cura di Francesco Pignatelli e Elena Ruginenti)
Mancano pochi giorni alle elezioni del 28 e 29 marzo prossimi. Sono giorni decisivi in cui tutti noi dobbiamo dare l’anima.
Dobbiamo fare tutto quanto è possibile perché la Lombardia si risvegli il 30 marzo con un nuovo governo.
La campagna elettorale che stiamo conducendo è anomala, la più caotica della storia della nostra terra. Berlusconi e Formigoni ci hanno posto in una condizione di incertezza. Per settimane non si è parlato dei progetti per la regione, ci si è dimenticati della crisi economica, dello sfascio della scuola, dei disagi delle famiglie, si è dibattuto solo di liste elettorali. Non si è condotta una campagna elettorale si è discusso se fare o no la campagna.
La democrazia si è ridotta a una battaglia di carte bollate. Tutto ciò è gravissimo. E la responsabilità è tutta dell’arroganza di Pdl e Lega. Che non si curano delle regole ma solo di riaffermare con sprezzo il proprio potere. Pdl e Lega hanno tolto ai cittadini anche un diritto elementare, quello di poter andare al voto, scegliere il proprio candidato e vedere il giorno il responso certo delle urne. Non possiamo tollerare tutto questo.
Non possiamo tollerare che chi governa mostri una tale arroganza, calpesti le più elementare regole dello stato democratico. In questa campagna elettorale il centro destra ha mostrato il suo volto più oscuro, quello di chi non si occupa mai degli interessi dei cittadini ma solo dei propri.
Mentre in Lombardia si perdono 50 mila posti di lavoro a palazzo Chigi si sbracciano per emanare decreti che giovano solo a chi governa, il lodo Alfano, lo scudo fiscale, il legittimo impedimento e da ultimo, il salvaliste e salvaFormigoni.
Non possiamo tollerare tutto questo. Non possiamo rassegnarci a un governo di bari. Per questo in questi pochi giorni che ci separano dalle elezioni tutti dobbiamo dare l’anima. Per far vincere la nostra alternativa di governo che è prima di tutto un’alternativa di legalità e di democrazia.
La settimana di mobilitazione per la democrazia, la legalità, il lavoro culminerà in Lombardia con una
GRANDE MANIFESTAZIONE A MILANO
in piazza Cairoli
SABATO 13 MARZO alle ORE 14,
collegata in diretta con la manifestazione di Piazza del Popolo a Roma.
Una protesta civile e democratica aperta a tutta la società per dire
sì alle regole, no ai trucchi.
Eventi gravi e senza precedenti come la modifica in corso d’opera delle regole elettorali per garantire una sola parte, l’arroganza verso
le istituzioni e gli organi di garanzia, l’insulto non solo nei confronti delle altre parti politiche impegnate nella competizione elettorale ma di milioni di cittadini perbene che nella loro vita quotidiana rispettano le regole e che oggi vedono una parte politica autorizzare se stessa a sottrarsene a piacimento: questi sono i contenuti politici dello sciagurato decreto del Governo.
Un decreto che non è che l’ultima di una serie di deformazioni dei meccanismi democratici alle quali assistiamo da troppo tempo. Una legge elettorale che ha privato i cittadini del diritto di scegliere i propri rappresentanti. Il processo legislativo affidato ormai quasi esclusivamente ai decreti d’urgenza emanati dal governo, il continuo ricorso ai voti di fiducia riduce ulteriormente il contributo del parlamento.
Le energie del governo, anziché indirizzarsi ad affrontare la crisi economica sempre più grave e l’allarmante riemergere della corruzione, sono ancora una volta concentrate nel campo giudiziario su leggi ad personam e nel campo fiscale sui condoni. Il governo riduce, anziché aumentarle, le garanzie per la trasparenza degli appalti. Si impegna in vaghe quanto onerose promesse di ritorno al nucleare invece di investire sull’ambiente, sulla green economy e sulle energie rinnovabili. E proprio mentre le conseguenze della crisi economica si fanno sentire con più forza sull’occupazione, abbatte le tutele dei diritti e della dignità del lavoro, fino ad arrivare allo svuotamento di fatto dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori.
Anche l’informazione è sotto attacco, la stampa e la libera diffusione delle idee sono messe in una situazione precaria, si tagliano le risorse alle emittenti locali e lo si fa proprio durante la campagna elettorale, stravolgendo lo spirito della legge sulla par condicio; anziché garantire visibilità a tutte le opinioni viene imposto il silenzio agli spazi televisivi di dibattito politico.
Perfino davanti alle irregolarità nella presentazione delle liste elettorali il governo, anziché scusarsi per gli errori compiuti e per il disagio causato ai cittadini per colpa di chi non ha evidentemente svolto bene i propri compiti, si è fabbricato un’arma con cui imporre ancora una volta al paese priorità discutibili. Ancora una volta i problemi di una parte prevalgono sull’interesse generale, e ancora una volta viene oscurato il grande tema sociale che è la questione più urgente e drammatica che la politica ha di fronte.
Ci rivolgiamo a tutti i cittadini italiani, a prescindere dalle loro convinzioni politiche: il consenso non viene prima delle regole e non legittima la violazione dei diritti di tutti. La sovranità – come recita il primo articolo della nostra Carta fondamentale – appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Nessun governo e nessuna maggioranza uscita dalle urne possono derogare a questo principio e modificare le regole della convivenza civile per
le loro esigenze di parte.
È il momento di una presa di coscienza, di una riscossa democratica. Le elezioni regionali sono l’occasione per fermare questa deriva e per
dire che chi governa deve cominciare finalmente a occuparsi dei problemi degli italiani e ad agire nell’interesse del suo paese.
Per questo invitiamo i cittadini a partecipare alla settimana di mobilitazione nazionale, che avrà come appuntamento centrale in Lombardia la manifestazione del 13 marzo in piazza Cairoli a Milano dalle ore 14, in collegamento con Piazza del Popolo a Roma.
Dobbiamo restituire forza alle ragioni della Costituzione e della democrazia. Dobbiamo riportare al centro dell’attenzione i drammi delle famiglie colpite dalla crisi e il diritto al lavoro. Dobbiamo costruire un’Italia più giusta, onesta e solidale. Dobbiamo vincere.
Il PD Milano ha diffuso queste risposte di Roberto Cornelli, e preannunciato che sabato 13 marzo verrà organizzata una manifestazione a Milano contro il condono elettorale, su cui saranno presto forniti nuovi dettagli.
D. Sabato pomeriggio il PD era per strada a protestare contro il decreto che ha rimesso in pista il PDL a Roma e Formigoni a Milano ma non tutti hanno capito il peso e il senso di quanto sta accadendo, ce lo può spiegare?
Intanto vorrei fare un distinguo tra la situazione avvenuta in Lazio e quanto accaduto in Lombardia. Solo apparentemente si tratta dello stesso problema. Invece, in comune, c’è solo una forte leggerezza del centrodestra a gestire le situazioni importanti. Secondo noi c’è anche una deliberata incompetenza ma soprattutto un’abbondante dose di litigiosità interna. Nel Lazio la lista del PDL per le regionali era rimasta esclusa perché presentata in Tribunale fuori tempo massimo. In Lombardia circa 500 delle 3500 firme necessarie per appoggiare la lista di candidato presidente Formigoni sono risultate incomplete o irregolari. Quindi anche il candidato legato a questa lista risultava impresentabile alle elezioni. Nella circoscrizione 1 del Lazio non avremmo avuto i candidati del PDL e in Lombardia sarebbe mancato il candidato del centrodestra e le liste ad esso collegate.
Tutto regolare invece per le liste del centrosinistra?
Certo. Va ribadita una cosa molto semplice: il PDL si è trovato in questa situazione per responsabilità sua e di nessun altro, e i dirigenti di quel partito dovrebbero innanzitutto spiegare ai propri elettori quanto successo. Noi non c’entriamo niente ed è un atto di arroganza politica addossare colpe ad altri al posto di chiedere scusa e di ipotizzare insieme soluzioni istituzionali. Hanno preferito fare da soli e hano creato un altro pasticcio: la soluzione per decreto è inaccettabile anche perché la legge 400 dell’88 all’articolo 15, comma 2, fa specifico divieto di usare decreti “in materia elettorale”, le elezioni sono il centro nevralgico della democrazia. D’altra parte anche Maroni si era espresso negando la possiblità di un decreto. Ma lo sappiamo, la Lega cambia idea facilmente e soprattutto a Roma dice una cosa, in Lombardia il contrario.
Per noi invece la legge è uguale per tutti, gli Italiani lo sanno bene, e non può essere il governo per primo a fare eccezione. Le regole per la presentazione delle liste e per la raccolta delle firme a sostegno di una lista non sono una forma ma la sostanza stessa delle leggi elettorali. E anche la sostanza della democrazia. Non accettarle, e ancora peggio, negarne l’importanza, come ha fatto anche questa volta il governo di Berlusconi è una grave mancanza di rispetto verso i cittadini. Che cosa succede a chi paga le tasse in ritardo o partecipa a un concorso presentando una documentazione incompleta? Senza eccezioni il cittadino viene multato o escluso dal bando! Persino la semplice operazione di voto richiede un documento d’identità, allora perché la presentazione di un candidato e della sua lista non dovrebbe rispondere a delle formalità sostanziali?
Insomma, non è andata come avrebbe dovuto? Decisamente no. Il governo ha scritto un decreto che viola il principio di uguaglianza e imparzialità. In Lazio e Lombardia si fa eccezione in nome di un supposto “principale contendente”. Ma la legge non era uguale per tutti? Evidentemente qualcuno vale più di altri. Questo decreto completa il quadro di una maggioranza che procede nel cambiare a suo vantaggio il quadro legislativo: Formigoni aveva già modificato l’articolo 4 dello statuto regionale per candidarsi per la quarta volta. C’è una certa coazione a ripetere, non trova? E nonostante questi fatti, Formigoni, con un linguaggio da stadio, ha anche il coraggio di sostenere che noi avremmo cercato di espellere il PDL e la Lega dalla partita ma che la moviola ha dimostrato che il fallo era nostro. Così l’arbitro ha riammesso la squadra di Formigoni e ha dato torto a noi.
Secondo lei Formigoni pensa a Napolitano quando parla di arbitro? Il capo dello Stato ha firmato il decreto, perché non lo criticate?
E’ sbagliato tirare dentro il vortice di questi accadimenti il Presidente della Repubblica. Il potere di emettere decreti d’urgenza sta nelle mani del Governo che non doveva mettere Napolitano in una situazione difficile da gestire, soprattutto per la posizione del presidente della Repubblica. Occorre avere un atteggiamento responsabile ed evitare che tutte le istituzioni vengano trascinate in questo gioco al massacro delle regole. Occorre riaffermare la politica e attribuire la colpa di quanto sta accadendo a chi, con la prepotenza e con i trucchi, continua a ritenersi aldi sopra delle regole, delle leggi e della Costituzione.